Questo è il blog del gruppo di lettura Sguardi d'Altrove.
Un luogo per scrivere e parlare del piacere della lettura.

domenica 29 novembre 2009

Ferito

Motivi per far leggere. 2.




...Per prendere poi il toro per le corna e non incedere nel peccato di ignavia, parlerò anch'io dei libri che ci hanno fatto discutere negli ultimi mesi: Mille splendidi soli e Parenti lontani. Con entrambi ho avuto un rapporto non facile. Per motivi diversi, anche opposti.

Mille splendidi soli l’ho letto senza fatica, direi quasi d’un fiato (lo spazio di un paio di viaggi Rovigo-Trieste), ma non mi ha soddisfatto. Assai semplice, cerca di prenderti spingendo sull’acceleratore della buona coscienza, ma non rappresenta, com’è stato detto e scritto, nessun dramma interiore. C’è un dramma storico, di cui avevamo già letto, ma il resto sembra tutto filare su un copione già scritto. (È paradossale, tra l'altro, che anche i riferimenti ai libri bruciati - cosa che è avvenuta davvero in Afghanistan- sembrino una idea copiata da Bradbury o da Truffaut). Alcuni coups de théâtre, più o meno credibili, ti inchiodano alla pagina e vuoi sapere come andrà a finire: il che è comunque sinonimo di mestiere e qualche valore lo deve pur avere....
Parenti lontani, l’ho già detto, complice una serie di impegni inderogabili che mi hanno impedito di portare a termine la lettura, mi ha infastidito per quel suo voler trasformare quello che è stravaganza (e così magari mi sarebbe piaciuto) in un “così fan tutti” compiacente. Dal mio punto di vista, che come ogni punto di vista individuale è assai relativo, il libro di Cappelli ha tuttavia il pregio di disegnare quegli spazi di tempo indefiniti che hanno il colore e l’odore della provincia italiana; almeno di quella che io ho conosciuto quando ero bambina e ragazzina: domeniche lente a camminare in campagna, ad ascoltare discorsi di grandi e a cogliere, quasi nascostamente, gli anfratti psicologici delle loro parole, giornate a combattere, quasi sempre silenziosamente, contro un mondo già sentito come profondamente maschile, nel senso di maschilista. Diciamo che in Parenti lontani non condivido il punto di vista dell’autore implicito, ma riconosco all’Autore, quello reale, la capacità di saper disegnare, magari in modo grottesco, un mondo del nostro passato più prossimo.
Conclusione, più che banale: forse io non ho colto il capolavoro, ma sono stata contenta di aver letto questi due libri e consiglierei certamente di leggerli.

sabato 28 novembre 2009

Motivi per far leggere

Va bene. Si leggono i libri anche perché qualcuno te li consiglia. Ma perché si fanno leggere i libri? Perché ad un certo punto si consiglia a qualcuno di leggere un libro? Amicizia? Sfida? Consigliando un libro ad un amico, ad un conoscente, a qualcuno che si è appena incontrato per strada, si va verso o ci si allontana? Ci si arrocca nelle proprie convinzioni o si mette la propria griglia intellettuale al vaglio di altri?
Difficile rispondere. O troppo facile.
Troppo facile perché "far leggere” è un atto che si inserisce nelle dinamiche del vivere quotidiano e quindi nelle quotidiane dinamiche della convivenza. E la convivenza, come si sa, è fatta di scambi e di tensioni.
Comunque difficile perché quando si consiglia (o regala, ecc.) un libro, si fanno innanzitutto due cose:
1. si cita: si fa proprio l’oggetto intellettuale che altri hanno scritto
2. si invita a citare: si chiede ad altri di condividere
In realtà, le due cose sono potenzialmente in contraddizione: infatti se io faccio riferimento ad un libro nel mio discorso, non è automatico che voglia che altri lo leggano o condividano quello che penso. Magari sono una stronza e voglio mettere gli altri di fronte ad una difficoltà. Magari voglio riconoscere in me quella particolare individualità che mi fa pensare di essere diversa, in buona analisi di essere migliore. Magari invece voglio realmente che altri condividano il mio “sentire” o voglio capire, con l’aiuto di altri, ciò che io stessa non sono sicura di avere capito. Magari tutte queste cose insieme.
Insomma: perché si regala un libro? Cosa ha questo oggetto di carta da rendersi appetibile nel momento in cui, a Natale, devo risolvere alcuni problemi di tradizione e convivenza?

giovedì 26 novembre 2009

D'accordo. se una persona che conosco mi consiglia un libro, o me lo presta, sono curiosa di leggerlo. Se me lo consiglia un caro amico ne condivido la lettura e le sensazioni. L'emozione può essere diversa, ma sempre importante. Finisco con l'amare quel libro anche se non mi piace del tutto. Quando consiglio un libro ad un amico cerco di farlo partecipe dei sentimenti che questo libro ha suscitato in me.
Leggere diviene così una gioia di vivere, una consolazione, un'attesa ,quasi un'ansia di trovare nelle parole qualcosa di intimo , non astratto, ma quasi tangibile.
Vorrei tornare su questo argomento e lo farò, anche se magari non interessa a nessuno.
Grazie dunque agli sguardi d'altrove.

A proposito di best seller

Da to sell= vendere,rendere commercializzabile.
E perché si vendono solo certi libri?
E' chiaro che indagare su questo ci porterebbe lontano dai nostri interessi e dalle nostre priorità ma lo dico giusto per non escludere tutto il sommerso che c'é dietro le campagne editoriali.
Comunque il libro più venduto non é necessariamente il più bello o il più stimabile, ma certo può essere il più facilmente leggibile.
Ed é su questo che mi soffermerei parlando di Mille Splendidi Soli che , come altri romanzi simili,é diligentemente rispettoso della diacronia, dell'evoluzione dell'intreccio,senza salti indietro, o squarci nell'interiorità del narratore o monologhi interiori dai quali potrebbe emergere qualche "male oscuro" a interrompere il tranquillo stato di coscienza del lettore che, nel procedere della narrazione si sente sempre più assolto dai suoi obblighi nei confronti di un paese e di un popolo allo sfacelo.
Gli orfanotrofi descritti sono in fondo simili a quelli dei romanzi dell'ottocento e la violenza sulle donne é la stessa che registriamo ogni giorno qui da noi ma ipocritamente neghiamo l'una e l'altra perché la prima é raccontata banalmente e la seconda é spesso oggetto di scoop mediatico.
Non vorrei che queste storie, raccontate con una certa faciloneria e superficialmente commoventi finissero per farci dire, ancora una volta, che siamo meglio noi e che é meglio starcene nel nostro guscio.

martedì 17 novembre 2009

Alcune note sparse sulla lettura

1. Leggere quello che un amico ti suggerisce è il modo migliore per suggelare un legame. Qualcuno, più maligno, potrebbe dire che è anche il modo migliore per distruggerlo. Sembra una battuta, ma, in entrambi i casi, è vero. Leggere è talmente intimo che, se lo condividi, condividi qualcosa di profondo, una bile nera che ti rode l'animo e lentamente si purifica, o un salto verso il vuoto che ti affascina e non puoi più fermarti. Certo, leggere è anche addormentarsi la sera, cullati dalle righe di un foglio, dalla voce di un canto..., ma anche in questo caso, nel caso cioè di una lettura fatta senza tante pretese, leggere è un'azione impegnativa. Non perché si debbano leggere per forza cose toste o scritture stratificate o arguti poemi . NO! Leggere è un impegno perché è andare verso, guardare altrove.
2. Quando qualcuno mi consiglia / regala / presta un libro, accetto sempre con piacere il consiglio / regalo / prestito, ma quasi mai leggo subito. Spesso faccio figure grame: "Allora, ti è piaciuto il mio XY?", "... ma, l'ho appena sfogliato...", "ho avuto tanto da fare, scusami..."... insomma accavallo scuse e pretesti e impegni. Ora che Ida mi coinvolge con questa storia del leggere quello che gli amici consigliano, comincio a chiedermi:
3. Perché quasi mai leggo subito un libro che mi è stato donato ? (mi è successo credo, non più di dieci volte, e tutte le volte il piacere del leggere era legato a qualche motivo professionale o quasi). Io sono snob, lo so, anzi, sono proprio felice di essere snob, ma non è per snobismo che i libri altrui aspettano. Non è nemmeno per mancanza di fiducia. È, credo, perché prima devo acclimatarmi con l'altro - il libro - il tizio - il personaggio nuovo.
4. Leggere è un processo di conoscenza che inizia quasi sempre con un rifiuto. Dimentico il libro sulla scrivania. Lo guardo, curiosa e sospettosa insieme. Dove mi porterà ? dove vuole condurmi? guardo la copertina, ne misuro l'equilibrio dell'impaginazione, la gradevolezza del colore. E faccio tutto di nascosto. LUI non mi deve vedere. Il libro, l'altro, non lo deve sapere. Sono talmente circospetta che dopo un po' mi dimentico addiruttura della sua esistenza: ci sono tanti altri libri e fogli e oggetti che riempiono la scrivania che dopo un po' non vedo più il libro che mi è stato donato. Posso tranquillamente entrare in studio senza più sentire il senso di colpa per la mia distrazione. Ci sono tanti libri da leggere. Tante cataste di inevasi dietro le quali nascondersi.
5. I giorni passano. E tuttavia il libro, proprio lui, proprio quello che ad un certo punto avevo dimenticato, salta fuori. Non è un'immagine retorica. Non so se è il caso o se è la volontà del libro. Insomma, ad un certo punto il libro - o chi per lui - decide che deve farsi leggere. E io, da brava, leggo. (Lascierò da parte il rito fisico del toccare e annusare, ma è risaputo che i libri devono avere un buon odore e essere piacevoli al tatto).
6. Quasi mai, un libro che ha deciso di farsi leggere, mi delude. Può non piacermi, ma c'è sempre qualcosa per cui mi lega. Magari mi faccio prendere dalla tenacia con cui lo scrittore incatena disgrazie e speranze di impossibili liberazioni, anche se mi rendo conto che condisce il tutto con una buona dose di pressapochismo. Anche se so che in internet trovo le stesse informazioni, la stessa scrittura giornalistica ad effetto, lo stesso desiderio fastidioso di colpire per forza. Magari vuole colpire il mio ventre, il mio pruriginoso desiderio di conoscere la vita intima altrui. Nonostante questo sempre, quasi sempre, riesco a trovare un momento in cui il libro riesce comunque a catturarmi con il suo sguardo innocente sul mondo, uno sguardo buttato lì, quasi per caso, forse a insaputa del suo stesso scrittore... insomma, il libro mi prende e mi porta fino al suo ultimo rigo.
7. Sospetto che sia lui a leggere me, a farsi raccontare una storia dalle mie vene.

Conclusione: queste sono le mie note sparse sulla lettura. Non dicono niente, dicono tutto. Ve le lascio così, come sono venute.